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di Andrea Magnani

Tante parole sono state scritte e tante sono state dette su Marco Pantani. Del campione Pirata sapevamo ormai tutto, ma della personalità di Marco, quella così sensibile e complessa che lo ha portato a vivere in discesa questi ultimi anni dopo tante salite conquistate, sapevamo così poco che adesso tutti noi vorremmo essere stati li a confortarlo in quei cinque bui giorni di febbraio trascorsi in solitudine a Rimini, giorni in cui si è tragicamente compiuta la leggenda del campione ciclista tramutatasi in mito dello sport.

Personalmente provo tristezza, rabbia e rimorso; sentimenti comuni in tutti noi che lo abbiamo aspettato, sognato e osannato come il più grande ciclista scalatore di tutti i tempi e chi come me, lo ha scoperto come ragazzo saggio e riflessivo con quella sensibilità di pensiero e profondità di sguardo. Quando riesci a scrutare l'anima di un uomo guardando attraverso i suoi occhi, capisci che sei davanti a una persona fragile e indifesa. Da quel cinque giugno '99, a Madonna di Campiglio, lo sguardo di Marco è cambiato per sempre fino a quel triste ultimo giorno di San Valentino 2004.

- Il ricordo. Ho trentotto anni e sono un modesto appassionato di ciclismo, figlio di un ciclista professionista che correva all'epoca in cui nasceva un altro asso del pedale: Felice Gimondi. La vita mi ha dato tanto ma anche tolto tanto e ho sempre avuto la forza per risollevarmi, del resto questa è la vita, con il suo bene ed il suo male. Ho percorso l'onda della passione per la bicicletta in maniera travolgente e romantica e così ho interpretato anche l'avventura firmata Bikenews. Ora dopo l'ennesimo sgambetto riservatomi da questa giostra sono un uomo rinato. Non so se Bikenews potrà ritornare e a che scopo dopo il grande vuoto lasciato dalla scomparsa di Marco, ma non potevo esimermi dal lasciare la personale testimonianza sull'ultimo incontro avuto con Marco Pantani sulle strade della sua Romagna una mattina dello scorso novembre.

E' inutile che vi spieghi come ho saputo della morte di Marco, a chi interessa!! Ma voglio che capiate la mia rabbia: erano le 22 di sabato 14 febbraio e cenavo a Rimini a poche centinaia di metri dal Residence Le Rose, quando Michele Lugeri mi ha telefonato da Roma per leggermi la notizia Ansa. Sapevo del forte stato di depressione che attraversava Marco, dell'ospitalità in casa di un amico a Predappio, ma lo avevo incontrato una mattina di metà novembre in allenamento sulla Via Emilia a Savignano sul Rubicone e da allora ero ottimista.

Non lo vedevo dal Giro d'Italia e dopo quella splendida corsa che ne aveva segnato l'ennesimo ritorno, questa volta in grande lustro, di lui si era parlato solo di depressione e ricoveri in cliniche. Solo pochi lo avevano rivisto in Romagna compreso io.

Il campione magro ed in forma del Giro 2003 era quasi irriconoscibile, come una caricatura di se stesso. Più che ingrassato era gonfio a dismisura. Dopo il primo choc, ripresomi, l'ho aspettato ad un semaforo, lui è passato e io dopo averlo fotografato con la mente, l'ho superato in auto verso Santarcangelo di Romagna e con un colpo di clacson al quale mi ha risposto con un saluto l'ho lasciato.

Quel giorno a differenza di tanti altri incontri avuti per strada con il Pirata, non c'erano macchine fotografiche ad immortalarlo ne microfoni pronti a registrare la sua voce; sarebbe stato fuori luogo entrare nel dramma umano del campione.

Fu per me confortante notare come Marco pedalava con vivacità ed entusiasmo. Nonostante il fisico ingombrante per la superleggara come per la fedele maglia gialla Mercatone, era sempre lui il grande Pirata che scattando in agilità fra le auto in coda al semaforo pedalava in fuga dalla depressione, per la vittoria sulla morte.

Quel giorno ho pensato che ancora una volta il ragazzo prodigio di Cesenatico sarebbe rinato e tornato il Pirata che tutti abbiamo amato. E invece non è stato così, il suo viaggio a Cuba con l'entusiasmo ed il coraggio di ricominciare una nuova salita per conquistare un'altra montagna si è infranto dopo tre mesi nella fredda stanza di un residence di Rimini mentre nel mondo si festeggiava il sentimento dell'amore.

Appunti di Marco...

Aspetto con tanta verità… sono stato umiliato per nulla e per quattro anni sono in tutti i tribunali.

Ho solo perso la mia voglia di essere come tanti altri sportivi ma il Ciclismo ha pagato molto e molti ragazzi hanno perso la speranza nella giustizia e io mi sto ferendo con la deposizione di una verità sul mio documento perché il mondo si renda conto che tutti i miei colleghi hanno subito umiliazioni in camera, con telecamere nascoste per cercare di rovinare molti rapporti tra le famiglie… dopo come fai a non farti male.

Io non so come mai mi fermo, in casi di sfogo, come questi…

Mi piacerebbe che io so di no aver sbagliato con prove….

Ma solo quando la mia vita sportiva soprattutto privata è stata violata ho perso molto e sono in questo paese con la voglia di dire che ASTA LA VITTORIA è un grande scopo per uno sportivo…

Ma il più difficile è di aver dato il cuore per uno sport con incidenti e infortuni e sempre sono ripartito….

Ma cosa resta se tanta tristezza e rabbia per le violenze che la giustizia a te ti è caduta in credere?

Ma la mia storia spero che sia di esempio per gli altri sport… che le regole ci siano ma devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue e i controlli di notte a famiglie di atleti.

Io non mi sono sentito più sereno di non essere controllato in casa, in albergo da telecamere e sono finito per farmi del male… per non rinunciare alla mia intimità che la mia donna e gli altri colleghi hanno perso, e molte storie di famiglie violentate.

MA ANDATE A VEDERE COSA E’ UN CICLISTA… e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza per cercare di ritornare con i miei sogni di uomo che si infrangono con droghe … ma dopo la mia vita di sportivo.

E se un po’ di umanità farà capire che con uno sbaglio vero si capisce e ci si batte per chi ti sta dando il cuore.

Questo documento è verità e la mia speranza è che un uomo vero o donna legga e si ponga in difesa di chi come me voleva dire al mondo regole per sportivi uguali. E non sono falso.

Mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.

MARCO PANTANI